Excerpt from interview with Giuseppe Tornatore

As part of this project, Giuseppe Tornatore was interviewed in November 2011 about the socio-political resonances within his work. The complete interview will be published in the first volume of essays drawn from presentations given during the course of this project (projected publication date January 2013), but a short excerpt from this interview is featured below.

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William Hope:    Un tema ricorrente nei suoi film è la mercificazione insidiosa della creativita’ umana; dalla produzione di massa delle statuine di zucchero che sorprende Matteo in Stanno tutti bene, ai tentativi di registrare e sfruttare finanziariamente la musica di Novecento ne La leggenda del pianista, allo sfruttamento di Irena come madre surrogata ne La sconosciuta. Questo tema rappresenta nei suoi film una implicita costante politica, ma ci sono delle motivazioni specifiche per la sua scelta di non fare un cinema apertamente politico?

 

Giuseppe Tornatore:     No, no…  ho fatto.  Il camorrista era un film… anche difficile.  Ci è voluto del coraggio a farlo.  Non ho mai sentito l’impulso di seguire sempre una sola strada.  Nel mio modo di avvicinarmi alle storie, io sono un po’ com’ero nella sale cinematografiche che frequentavo da bambino, programmavano film diversi.  Non c’era sempre lo stesso tipo di film, c’era il cinema impegnato, c’era il cinema di evasione, c’era il cinema difficile, c’era il cinema filosofico, c’era il cinema mitologico, c’era il giallo, c’era tutto.  E quindi, non ho mai sentito… io lo so che la mia filmografia è zigzagante dal punto di vista tematico, ma non è un’incidente, è proprio quello che mi piace.  All’indomani di Baarìa, io non riuscirei a fare un altro film che continua quel discorso, o analogo a quel discorso lì.  Mi stancherebbe oltre tutto – mi piace cambiare.  In questo non mi sento, come dire, di tradire una regola, perché un regista può fare qualunque tipo di film.  Io, per esempio, ho molta stima dei registi che fanno i film di genere, per esempio, li ho sempre stimati moltissimo.  Non ho quell’atteggiamento un po’ snob che il regista impegnato ha nei confronti del regista che fa il film di Natale, il film… questa roba qua.  Li ho sempre stimati molto.  Io ho sempre ritenuto che nel cinema non si possa fare a meno dei vari approcci che il cinema sa avere con il mondo, con la realtà, con la fantasia, con lo spettacolo eccetera, perché il film è fatto di tutto questo.  Se un giorno, eliminassimo il cinema di genere, il cinema d’evasione per fare solo cinema impegnato, faremmo un grande danno, e viceversa naturalmente.  Quindi… lei parlava della paura della mercificazione, non è questo il motivo per cui io non segua sempre l’istinto di fare film politici, ci sono registi che l’hanno fatto, e anche in quei casi il sempre non è possibile.  C’è sempre bisogno di, a un certo punto, di cambiare per poter ritornare a dei temi.  In quanto alla mercificazione, sì, c’è qualcosa, io non ci avevo mai pensato.  C’è qualcosa…. lei citava i pupi di zucchero, non ci avevo pensato, ma il tentativo di mercificare l’esecuzione musicale di Novecento, ma c’è una cosa che dice Onoff in Una pura formalità che è attinente a questo.  Lui dice: “Come sarebbe bello se gli scrittori potessero scrivere senza dover pubblicare i propri libri”.  Cioè, riuscire a non essere testimoni della consumazione che gli altri faranno di quello che tu hai inventato e di quello che tu hai creato.  Io, quando finisco un film, e arrivo al giorno in cui il mio produttore mi chiede di vedere il primo montaggio, succede sempre un bel giorno quando il montaggio è finito, il produttore dice: “Posso vedere…?”  Tu organizzi la proiezione, e ovviamente il produttore viene con un collaboratore, e poi ti dice se può venire anche il co-produttore e sono sempre delle proiezioni con cinque, sei, sette persone, almeno le mie, pochissimi.  Quando io comincio queste proiezioni, sempre l’ho fatto, e io ho accanto quasi sempre il mio montatore, o un mio assistente, nel momento prima di dare il via alla proiezione, io dico sempre ai miei collaboratori: “Il film è finito!”  Da quel momento il film è finito, dal momento in cui gli altri cominciano a vedere, e cominciano a dire… anche cose giuste, per carità, ma tutto e il contrario di tutto.  Uno ti dice: “Ah, mi piace molto però l’inizio è lento…” Un altro: “L’inizio è bellissimo, meraviglioso, dopo, però, diventa un po’ troppo veloce…”   “Il film mi piace moltissimo però la scena del gatto non l’ho capita….” “Il film non mi ha convinto molto ma la scena del gatto è straordinaria”.  E finché la gente ti dice cose in buona fede, va bene; poi nasce tutto il circo, anche dei giudizi che vengono dettati anche da malafede. Ecco, io, in genere, quando finisco un film, mi sento un po’ come Novecento che non vorrebbe mandare il disco da nessuno; solo che non posso romperlo…. e persino lui, come vede, non riesce.  Lo spezza, però poi sopravvive al suo desiderio e in qualche maniera rimane.  È il destino dell’artista, anche se io non mi ritengo un artista.  Se tu inventi una storia devi accettare necessariamente che questa storia, poi, possa vivere senza di te, e possa vivere subendo le manipolazioni che gli altri vorranno, per ragioni diverse – per onestà o per disonestà – sovrapporre alla tua storia.  È una legge che devi accettare; a fronte di questa legge a te è riconosciuto il diritto di inventare storie, che è un privilegio assoluto.

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